Qarta Polis

XXIII DOMENICA T.O. B

 

5 Settembre 2021

Beda il Venerabile

Il sordomuto che, nella lettura del Vangelo che abbiamo ascoltato, fu curato in modo mirabile dal Signore, simboleggia tutti quelli, tra gli uomini, che per grazia divina meritano di essere liberati dal peccato provocato dall’inganno del diavolo. Infatti l’uomo è diventato sordo all’ascolto della parola di vita dopo che, gonfio di superbia, ascoltò le parole mortali del serpente indirizzate contro Dio; è diventato muto al canto delle lodi del Creatore da quando ha presunto di parlare col seduttore. Ha chiuso le orecchie all’ascolto della lode del Creatore in mezzo agli angeli, dopo che incautamente le aveva aperte per ascoltare l’offesa rivolta allo stesso Creatore dalle parole del nemico; ha chiuso la bocca all’esaltazione del Creatore insieme con gli angeli dopo che superbo l’aveva riempita con la prevaricazione del cibo proibito, quasi che volesse perfezionare l’opera del Creatore. O misero venir meno del genere umano che, viziato alla radice, ha germinato ancor più viziosamente, ha cominciato a dilatarsi di molto per l’aumentare dei rami, così che, quando il Signore è venuto nella carne, eccetto pochi fedeli della Giudea quasi tutto il mondo era nell’errore, sordo e muto alla conoscenza e alla confessione della verità. Ma dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5, 20). Il Signore infatti venne al mare di Galilea, dove aveva saputo che era malato colui che avrebbe risanato. È venuto per sua pietà ai gonfi, turbolenti e instabili cuori degli uomini, tra i quali aveva saputo che c’erano quelli ai quali si sarebbe rivolta la sua grazia. Giustamente andò nei territori della Decapoli verso il mare di Galilea, per risanare il malato, perché abbandonò a causa della sua perfidia il popolo che aveva ricevuto i precetti del decalogo e si recò da genti straniere come dice Giovanni per riunire in un solo popolo i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11, 52).

E lì gli presentarono un uomo sordo e muto pregandolo di imporgli la mano. Poiché il sordomuto non poteva né riconoscere né pregare il Salvatore, gli amici lo conducono al Signore e lo supplicano per la sua salvezza. Così dobbiamo comportarci nella cura spirituale: se uno non può essere convertito dall’opera degli uomini all’ascolto e alla professione della verità, sia presentato al cospetto della pietà divina e si richieda l’aiuto della mano divina per salvarlo. Né ritarda la misericordia del medico celeste, se non esita né viene meno l’intensa supplica di quelli che pregano; perciò subito il testo aggiunge: Gesù, tratto il malato in disparte dalla folla, mise le proprie dita nelle sue orecchie e con la saliva toccò la sua lingua. Mette le dita nelle orecchie del sordo per farlo sentire, ogni volta che con i doni della grazia spirituale converte all’ascolto della sua parola le orecchie che non volevano credere. Tocca con la saliva la bocca del muto per farlo parlare, ogni volta che col ministero della predicazione dà spiegazione razionale della fede che si deve professare. Infatti le dita del Signore indicano i doni dello Spirito, secondo quanto egli stesso insegna quando dice: Scaccio i demoni col dito di Dio (Lc 11, 20), ciò che un altro evangelista esprime in modo più chiaro: Scaccio i demoni in virtù dello Spirito di Dio (Mt 12, 28) e il salmista dice: Poiché vedrò i cieli opera delle tue dita (Sal 8, 4) cioè vedrò i santi che non per merito della loro virtù, ma per tuo dono vengono distolti dalle realtà terrene e innalzati alla vita del cielo. La saliva che proviene dal capo e dalla bocca del Signore è la parola del Vangelo che, tratta dall’invisibile mistero della divinità, egli si è degnato di offrire visibilmente al mondo, perché potesse essere risanato. Bisogna poi notare che il Signore, prima di toccare le orecchie e la lingua del malato che voleva guarire, lo prese e lo trasse in disparte dalla folla. Infatti la prima speranza di salvezza è che uno abbandoni il tumulto e la folla dei vizi cui è assuefatto e abbassi umilmente il capo, per ricevere i doni della salvezza. Né può sperare di salvarsi finché non prova paura a praticare costumi disordinati, a dilettarsi di parole inutili, a essere devastato da pensieri disordinati. Chi invece grazie alla misericordia e all’aiuto del Signore ha mutato la torbida vita di prima, chi ha concepito nel cuore l’ispirazione della grazia divina, chi ha imparato la confessione della vera fede dalla parola della dottrina celeste, non gli resta che ottenere subito la desiderata gioia della salvezza. Perciò a ragione, dopo che il Signore allontanò il malato dalla folla, gli mise le dita nelle orecchie, gli toccò la lingua con la saliva, il testo aggiunge: Alzando gli occhi al cielo sospirò e gli disse: “Effeta”, che vuol dire: “Apriti”. E subito le sue orecchie si aprirono, il nodo della sua lingua si sciolse. Prima di risanare il malato il Signore, alzando gli occhi al cielo, sospirò, per significare di dove si debba sperare la salvezza e con quale devozione di compunzione e di lacrime essa sia da cercare e da richiedere. Alzando gli occhi al cielo sospirò perché, avendoci creato perché possedessimo i beni celesti, si rammaricava a vederci immersi nella vita terrena; alzando gli occhi al cielo sospirò per farci capire che, dopo esserci allontanati dalle gioie del cielo a causa degli allettamenti terreni, vi dobbiamo tornare attraverso lacrime e sospiri. Dice Effeta, cioè “apriti”, per risanare le orecchie che la lunga sordità aveva occluso, ma già toccandole le aveva aperte. … Ognuno di noi, fratelli carissimi, che ha ricevuto il battesimo di Cristo secondo il rito, è stato consacrato in questo modo … Perciò è assolutamente necessario che ciò che il Signore si è degnato propizio di lavare e santificare in noi, noi non lo contaminiamo e profaniamo per niente; e se cadiamo nel fango della malvagità che ci insozza, affrettiamoci a purificarci di nuovo con lacrime e penitenza. Rinnoviamo perciò la purezza che ci è stata attribuita da Dio per l’adesione alla fede stando attenti alle parole dell’apostolo che rimproverando alcuni, dice: Distoglieranno l’orecchio dalla verità e si volgeranno a favole (2 Tm 4, 4). Teniamo lontano dal male la lingua, che è stata santificata dalla confessione di fede; essa, con cui benediciamo Dio Padre, non serva a maledire gli uomini che sono stati creati a immagine di Dio. …

Perciò noi, che abbiamo imparato a parlare rettamente al tempo del nostro battesimo, credendo col cuore per la giustizia e facendo confessione con la bocca per la salvezza, dobbiamo cercare in ogni modo di non tornare dopo il battesimo a parole ingiuste e dannose. … Ma non è sufficiente chiudere le orecchie e frenare la lingua dalle cattive parole, se poi non porgiamo l’orecchio, come dice il salmista, alle parole della bocca di Dio (cfr. Sal 77, 1), se la nostra bocca non profferisce la sapienza e il nostro cuore non medita la prudenza (cfr. Sal 48, 4). Perciò i sensi del nostro uomo interiore ed esteriore, che tutti sono stati purificati nel battesimo, tutti insieme li dobbiamo conservare puri e adornare anche di buone opere.

Cfr. Dall’Omelia II, 6

Next Post

Previous Post

Leave a Reply

© 2021 Qarta Polis

Disegnato da Giovanni Lenzi