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ORAZIONE VOCALE E MENTALE. IL MAESTRO PARLA AL CUORE

4. In primo luogo, voi sapete che Sua Maestà c’insegna a pregare in solitudine, come faceva sempre Lui quando pregava, e non perché ne avesse bisogno, ma per servire d’insegnamento a noi. Già si è detto che non si può parlare nello stesso tempo con Dio e con il mondo, mentre altro non fanno quelli che recitano preghiere e al tempo stesso ascoltano quanto si dice intorno, o si soffermano a pensare a ciò che viene loro in mente, senza preoccuparsi d’altro. Ciò può passare quando si è indisposti, specialmente se si è portati alla malinconia o si soffre di mal di testa, perché allora, anche se si cerca di raccogliersi nella preghiera, non si può farlo. Passi pure quando Dio permette che, per il maggior bene dei suoi servi, questi trascorrano giorni assai tempestosi. Allora, benché nella loro afflizione cerchino di calmarsi, per quanto facciano, non possono riuscire a concentrarsi nelle preghiere che dicono, né l’intelletto è capace di tendere a nulla, ma sembra in preda a frenesia, talmente risulta turbato.

5. Ma della pena che procura a chi ne è vittima questi vedrà che non è per colpa sua. Non si tormenti, dunque, perché sarebbe peggio, né si affanni a rimettere in sesto l’intelletto, che allora è privo d’ordine, ma preghi come può; o anche, non preghi, ma cerchi solo di dar sollievo alla sua anima, malata com’è, e attenda a qualche altra opera di virtù. Questo riguarda le persone che hanno a cuore la propria santificazione e che sono convinte di non poter parlare a Dio e al mondo nello stesso tempo. Ciò che noi possiamo fare è cercare la solitudine. Piaccia a Dio che ciò basti – ripeto – per comprendere con chi stiamo e quali siano le risposte del Signore alle nostre domande. Credete forse che Egli taccia? Anche se non lo udiamo, parla chiaramente al cuore, quando è il cuore a pregarlo. È bene, inoltre, considerare che a ciascuna di noi il Signore ha insegnato e continua a insegnare quest’orazione, e il Maestro non è mai così lontano dal discepolo da aver bisogno d’alzare la voce, anzi gli è molto vicino. Io vorrei che voi foste convinte di questa verità, che per ben recitare il Pater noster dovete restare presso il Maestro che ve l’ha insegnato.

6. Direte che già questo è meditare e che voi non potete né volete fare altro che pregare vocalmente. Ci sono infatti persone poco pazienti, amanti del proprio comodo, così da non volersi dare alcuna pena, perché non avendone l’abitudine, costa loro fatica all’inizio raccogliersi e meditare. E per non volersi stancare un po’, di cono che non possono né sanno fare di più che pregare vocalmente. Avete ragione di dire che già esercitarvi in suddette riflessioni è orazione mentale. Ma io vi dichiaro, in verità, che non so come si possa separare l’orazione mentale da quella vocale, se si vuol fare bene quella vocale, sapendo chi sia colui al quale parliamo. Ed è anche un dovere cercare di pregare con attenzione. Piaccia a Dio che con questi mezzi si riesca a recitare bene il Pater noster e che non si finisca, nel dirlo, col pensare a cose del tutto fuori luogo. Io l’ho provato varie volte: e il miglior rimedio che trovo di fronte alla distrazione è tener fisso il pensiero su Colui al quale rivolgo le parole. Pertanto, abbiate pazienza e cercate di acquistare l’abitudine a una pratica così necessaria.

SANTA TERESA D’AVILA, Cammino di perfezione, 24, 4-6

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