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SAN PACOMIO

Il monachesimo affonda, dunque, le sue radici in tempi antichissimi, ai primordi della Chiesa. I primi monaci anacoreti, meglio conosciuti come eremiti, nacquero nel II secolo d. Cr., nel deserto egiziano e mediorientale. Tra di essi ricordiamo il grande Antonio del deserto (250-356). Essi vivevano in contemplazione e in assoluta solitudine in ambienti molto isolati ed ostili e praticando un duro ascetismo, che richiedeva una dedizione eroica che solo pochi dimostravano di avere. Accanto all’anacoretismo nelle sue diverse varianti nella prima metà del IV secolo si sviluppò un’altra forma di monachesimo: piccole dapprima e poi grandi comunità di eremiti attorno a uomini carismatici, in grado di guidare e sostenere con l’esempio la ricerca di Dio. Tra di loro spiccano le figure di Pacomio e Basilio, considerati appunto gli antesignani e i padri della vita monastica cenobitica, ma anche successivamente Cassiano e Agostino di Ippona che fondarono i primi cenobi e cercarono di scrivere le prime regole per guidare e disciplinare la vita in comune.

Pacomio nasce da genitori pagani, c’è chi dice verso il 287 e chi nel 292, nella Tebaide, Provincia romana dell’Alto Egitto, a sud di Tebe. Fu reclutato ventenne a causa di un editto reale di Costantino secondo cui i giovani più eccellenti dovevano essere arruolati in servizio militare. «Essendo stato imbarcato con altri su di una nave verso luoghi stranieri, una sera attraccarono in una città dove i cittadini, vedendo con quanta severità le reclute fossero tenute imprigionate, chiesero cosa fosse loro successo e, spinti dalla compassione e motivati dai comandamenti di Cristo, ebbero pietà della loro triste situazione e portarono loro ciò che era necessario per rifocillarli. Pacomio, osservando ed ammirando moltissimo ciò che stavano facendo, chiese chi fossero questi uomini che erano così desiderosi e disposti a compiere tali umili atti di misericordia. Gli fu detto che erano cristiani, che avevano l’abitudine di compiere atti di benevolenza verso tutti». Fu così che Pacomio conobbe il Cristianesimo – era la prima decade del IV secolo –, grazie al suo arruolamento forzato durante la campagna di Massimino Daia contro Licinio, attraverso un’esperienza concreta di carità cristiana in un momento per lui assai difficile.

Ne rimase talmente colpito ed edificato che come il carceriere di Paolo nella prigione di Filippi (cfr., At., 16, 25-35) subito volle convertirsi rivolgendo a Dio la seguente preghiera: «Signor mio Gesù Cristo, Dio di tutti i santi che hai fatto il cielo e la terra, possa la tua bontà raggiungermi presto; salvami da questa tribolazione. Se ti degnerai di ascoltare la mia preghiera, mi comunicherai la vera e perfetta norma di vita secondo il tuo santo Nome, io, da parte mia, mi impegnerò al tuo servizio e a quello del genere umano per tutti i giorni della mia vita, volgerò le spalle al mondo e sarò fedele solo a te».

Promise così che se fosse stato liberato dalla triste condizione in cui si trovava avrebbe servito il Dio dei Cristiani per tutta la vita, amando tutti gli uomini.

Il giorno dopo salparono venne inviato insieme con le altre reclute ad Antinoe. Giunta notizia della vittoria di Licinio, furono tutti congedati. Pacomio tornò nell’Alto Egitto, sulle riva destra del Nilo nella Tebaide inferiore e si recò nella Chiesa del villaggio chiamato Chenoboscia [Khenoboskion nei testi greci; odierna Qasr al-Sayyad], dove divenne catecumeno e, nella notte di Pasqua – del 313 secondo alcuni, del 307 secondo altri –, ricevette il battesimo. «La notte stessa in cui fu iniziato ai sacri misteri vide nei suoi sogni come una rugiada celestiale che, cadendo sulla sua mano destra, l’aveva completamente riempita e si trasformò in un denso miele. E sentì una voce che gli diceva: “Pensa, Pacomio, quello che significa. Questo è infatti un segno della grazia che ti è stata donata da Cristo”».

Avendo sentito parlare di un anacoreta, Palemone o Palamone, che viveva nei pressi del villaggio, in una remota parte del deserto vi si recò, desideroso di dedicarsi alla ricerca di Dio.

«“Che cosa vuoi? Chi stai cercando?”, gli chiese il monaco, che aveva fama di essere piuttosto burbero e severo. “Dio mi ha mandato da te, affinché io possa diventare un monaco”, rispose Pacomio. Palamone cercò di dissuaderlo: “Non sei in grado di diventare un monaco qui, non è infatti una questione da poco pensare di vivere castamente da vero monaco. Molti nel passato vennero qui e si sono presto stancati, non possedendo la virtù della perseveranza. Vai piuttosto in un altro monastero e, quando ti sarai dedicato per un certo tempo ad una vita di astinenza, allora torna da me ed io ti accoglierò senza indugio. Nondimeno ascolta quello che ti dico. Io vivo qui una vita estremamente sobria, o figlio, punisco il mio corpo con una disciplina molto severa e difficile, non mangio nient’altro che pane e sale, mi astengo completamente dall’olio e dal vino. Io veglio per metà della notte trascorrendo un po’ di quel tempo nella consueta preghiera ed altro tempo nella lettura e nella meditazione delle Scritture; a volte, in effetti, io continuo a vegliare tutta la notte”».

Determinato a sottomettersi al duro impegno, Pacomio rispose all’anziano: “Io confido nel Signore Gesù Cristo che, con l’aiuto delle tue preghiere, mi darà la forza e la pazienza per riuscire ad essere degno di perseverare in un così santo modo di vita per tutto il corso della mia vita”.

Divenne così discepolo di Palamone, vivendo in obbedienza presso di lui per quattro anni. «Vissero insieme nell’osservanza dell’astinenza e della preghiera […] Pacomio si sottometteva obbediente e diligentemente, crescendo ogni giorno sempre più nella pratica della santa astinenza e donando al venerabile anziano tanta gioia, così che non cessava mai di rendere grazie a Dio per il modo in cui Pacomio viveva la sua vita».

Recatosi nel villaggio di Tabennesi, presso Dendera, nella Tebaide, sulla riva orientale del Nilo e avendovi trascorso del tempo in preghiera, udì una voce che gli diceva: «Resta qui, o Pacomio, e costruisci un monastero, perché molti verranno da te cercando di trarre profitto dalle tue istruzioni; tu li guiderai secondo la regola che io ti mostrerò». Riconoscendo in ciò la volontà di Dio, Palamone lo esortò a dare inizio alla sua opera. Dopo qualche tempo Palamone morì, vecchio e sazio di giorni e Pacomio lo seppellì con ogni deferenza.

Il fratello maggiore di Pacomio, Giovanni, si unì a lui, avendo sentito parlare delle meraviglie operate da Pacomio, che ne provò una grandissima gioia. Giovanni però non comprendeva perché Pacomio volesse rivoluzionare così profondamente la vita monastica, sino ad allora condotta in solitudine o a piccoli gruppi, e volesse accogliere molti monaci a vivere con lui, a seguito della rivelazione divina che aveva avuta quando ancora era discepolo di Palamone e rimproverò duramente il fratello. «Non molto tempo dopo, (suo fratello) giunse alla fine della sua vita terrena e Pacomio celebrò i suoi riti funerari con il dovuto onore. Trascorse un’intera notte a vegliare sul suo corpo con salmi e inni, raccomandò la sua anima a Dio, in cui entrambi avevano riposto la loro fiducia, e gli diede la sepoltura con grande cura».

Morto Giovanni, «i primi tre uomini che si unirono a Pacomio furono Psentaesi, Sourous e Obsis». Nonostante le difficoltà iniziali, il numero dei monaci crebbe così velocemente che egli, dopo aver organizzato la comunità di Tabennesi, si trovò, verso il 329, quasi costretto a fondare per essi, nei pressi di Phbow (odierna Faw al-Qibli, non distante da Nag Hammadi), a qualche ora di marcia da Tabennesi, una seconda comunità monastica, chiamata, con termine greco koinonia da koinos “comune”, che divenne in seguito la casa principale. A queste due prime comunità, altre ne seguirono, così che alla morte di Pacomio esistevano già ben dieci monasteri, alcuni da lui direttamente fondati, altri costituiti da colonie di monaci laureotici che avevano chiesto e ottenuto di essere aggregati alla koinonia pacomiana, accettandone le regole.

Nella regione sorsero anche tre conventi femminili di cui due furono fondati da Pacomio stesso e la direzione del primo di essi, fondato verso il 340 a Tabennesi, fu affidata alla sorella Maria; un terzo venne fondato successivamente dal discepolo Teodoro a Becne. Per tutti i suoi monaci, Pacomio fu sempre un vero padre spirituale, aiutato in ciò da un eccezionale carisma di discernimento spirituale, che gli faceva leggere nel cuore.

Intorno alla Pasqua del 347 trascorsa con lieto spirito, ringraziando Dio per i tanti frutti che gli aveva concesso, «dopo che molti dei suoi fratelli erano andati dal Signore prima di lui, alla fine si ammalò. Sebbene il suo corpo fosse debole e debilitato, il suo viso era splendente ed allegro, così che tutti coloro che lo vedevano ricevevano prova della santità della sua anima e della purezza della sua coscienza. Due giorni prima che morisse di una santa morte, riunì tutti i fratelli e disse loro: “Carissimi, io sto per entrare senza timore nella via dei padri, perché sento che il Signore mi chiama senza indugio. Ma voi ricordate tutti gli insegnamenti che frequentemente avete sentito da me e, vigilanti nella preghiera, siate sobri in tutto ciò che farete […] Frequentate coloro che temono il Signore e che possono aiutarvi grazie alla loro santa vita e possono offrire alle vostre anime un conforto spirituale. Io, infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita (2Tm., 4,6). Perciò, mentre sono ancora qui, scegliete un fratello tra di voi che, dopo Dio, abbia autorità su tutti e si prenda cura delle vostre anime. Per quanto valga il mio giudizio, io reputo Petronio come adatto a questo compito, ma spetta a voi scegliere ciò che vi è vantaggioso”».

I monaci accolsero di buon grado il consiglio del loro padre come figli obbedienti. «Petronio era infatti un uomo di grande fede, umile nel portamento, prudente nel suo modo di pensare, di buone abitudini e perfetto nel discernimento. Il santo Pacomio pregò il Signore per lui […] affidò tutta la fraternità alle sue cure e gli comunicò di venire immediatamente da lui. Si armò del segno della Croce e, guardando con un volto gioioso l’Angelo della Luce che veniva da lui, rese la sua santa anima a Dio nel quattordicesimo giorno del mese di Pashons, secondo gli Egiziani, che è il settimo giorno prima delle idi di maggio secondo i Romani, il 9 maggio alle 4 del pomeriggio.

I suoi discepoli si presero cura del suo corpo venerabile in modo adeguato secondo le usanze, vegliarono su di esso per tutta la notte con canti di salmi ed inni ed il giorno dopo lo seppellirono nella montagna, nel luogo che era stato stabilito. I fratelli che erano stati mandati a prendere il santo Petronio lo portarono (al monastero) ancora affetto dalla sua malattia. Costui governò tutta la fraternità solo per pochi giorni e lì morì in pace, lasciando come successore un uomo giusto e gradito a Dio, di nome Orsiesi.

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