Qarta Polis

I pizzini di Argante

In questa pagina, dedicata alla letteratura, pubblichiamo i “pizzini”, brevi poesie, di Argante. Argante!: chi è costui? Si presenti lui stesso!

LEGGEVO BENE PRESI A SCRIVERE PEGGIO

(sì come sdraiato sul fintapelle dello psicanalista)

Sono nato nell’ultima stanza dell’ultima casa sul confine di Firenze. Per pochi metri, mi avvalgo quindi, come gli antichi romani, del diritto di potermi vantare dell’importante appartenenza a questa meravigliosa città: “Civis Florentiae sum”.

Solo un mese dopo la nascita, la padrona di casa schiantò e,  per garantirsi ospitalità in una delle Pensioncine del Paradiso, colazione Lavazza inclusa, fece dono dell’intera palazzina alle opere parrocchiali. Nato e sfrattato! Per lo stress conseguente a tale imprevisto accidente, a mia madre venne meno il naturale e insostituibile mio alimento. Corse in aiuto una vicina di casa, dalle ridondanti tornate, al cui seno mi attaccai per una quindicina di giorni. Che fortuna! direte Voi. Macché: la balia improvvisata aveva una figlia, bella in fasce e bellissima da grande, con la quale, per questa latticina parentela, non ho mai potuto iniziare il benché minimo corteggiamento. PARMALAT non è stata dunque l’unica fregatura da latte.

I miei genitori erano dignitosamente poveri in tutto, ma venni ugualmente iscritto all’ anagrafe senza miseria, con addirittura tre nomi: Fabio, Nunziato, Argante.

Di Fabio non ho mai saputo il motivo, Nunziato poiché il 25 Marzo, data della mia nascita, si festeggia la SS. Annunziata, patrona della città. Argante era il fratello maggiore di mio padre, disperso nella Grande Guerra 1915/1918 durante una carica di cavalleria. Con quel sacrifico consentì a mio padre l’esenzione da qualsiasi altro servizio militare e di poter, in pace, mettere al mondo mio fratello (1927) ed il sottoscritto. Attorno al mio concepimento, 11 anni dopo il primogenito, si è sempre saputo, in famiglia, che avvenne più per il cedimento di una molla del materasso che per convinta concertazione.

Non mi sono mai sottratto all’utilizzo di tanta dovizia di nomi propri, con precisa ripartizione di compiti e competenze. Fabio assolve le funzioni burocratiche e di rappresentanza: riscuote la pensione, paga l’IRPEF, l’ICI ed ha diritto di voto alle elezioni.

A Nunziato sono affidate le opere buone per conto di questa imprevedibile trinità ed è, per questo, quasi sempre inoperoso. A Pasqua confessa i peccati degli altri due e giura, poco convinto, che non cadranno più in tentazione. Milita ancora, come veterano, nell’Associazione dei boy-scout.

Infine Argante: un po’ per suggestioni letterarie, ma anche per indubbia fascinosa sonorità del nome. Sono a lui delegate solo epiche imprese. Non lo vedrete mai a fare la spesa con la lista in mano come un filippino. Frequenta party, fiere di paese, il Maurizio Costanzo show. Si devono a lui le più rovinose iniziative con l’altro sesso. Siede, infine, da impunito ripetente fuori corso, nei banchi del “Laboratorio Teatrale per l’età libera”.

I miei genitori erano noti, fra la gente, come persone per bene, operosi e timorati di Dio. Non ho mai capito da chi abbia preso!

I’ babbo faceva il falegname. In paese sono noto, da sempre, come “il figlio del falegname”. Fino a 33 anni ho vissuto con qualche preoccupazione questo equivoco soprannome, poi ne sono diventato orgoglioso, fino a trascriverlo come referenza (in inglese per palati esterofili) nei biglietti da visita, al posto di qualsiasi altro non conseguito titolo accademico o nobiliare.

Al pari degli amici miei coetanei, ho attraversato anch’io il periodo della seconda guerra mondiale. Sarei bugiardo se riferissi solo episodi di terrore, forse perché l’uomo (i ragazzi ancor di più) ha grandi capacità di adattamento, come le zanzare di questa estate, sopravvissute a qualsiasi pur potente zampirone.

Ricordo comunque una sventagliata di proiettili, sparati da un aereo a bassa quota, da un pilota americano magari ubriaco, ai lati di un viottolo di campagna percorso da mia madre e da me. Giunti trafelati alla prima casa colonica, fui preso in consegna dalla massaia che mi impose di fare cambiare le acque, frugandomi risoluta tra i pantaloncini. Bevvi un bicchiere di acquerello da suo marito, mentre la nonna di casa preparava un infuso di erba da paura con cui lavarmi.

In quel periodo, segnato dall’assenza di maschi adulti, ero fatto segno di mille gentilezze dalle donne di ogni età e parentela, che si alternavano ad accudirmi con insistenza. Furono spese, in quelle attenzioni, diverse tinozze di acqua, nelle quali venivo immerso e manipolato con sospetto accanimento. Le più insistenti erano le cugine più grandi. Come in ogni romanzo d’appendice, dovrei qui celebrare l’importanza nella mia vita delle cugine, vere o presunte, queste ultime le più solerti, le loro indiscusse abilità didattiche, così sproporzionate alle mie capacità di apprendere.

A Liberazione avvenuta, fui portato al funerale di un amico più grande, i’ Ronchi, con la passione di giocare con i residuati bellici. Venne dilaniato da uno di quelli. Sulla lapide scrissero da Pascoli “ti pettinò co’ bei capelli ad onda tua madre…adagio, per non farti male.” C’erano stati già altri appuntamenti, alla lontana, con la morte: i paracadutisti della “Folgore”, davanti a casa mia,  gli inglesi bombardati nella stanza accanto a quella dove dormivo con i miei, nello improvvisato rifugio. Con il Ronchi però fu diverso: lui era un amico. Lo avevano rivestito ed accomodato bene davvero. Riflettendoci, in seguito, imparai che bisogna sempre avere un vestito decente nell’armadio, meglio se intero (sarà per quello che prediligo pantaloni e giacca spezzati). Nel caso del Ronchi, oltre alla tragica fatalità del destino, dovette aggiungersi un errore madornale della sartoria, perché lo stesso abito dovesse andar bene per la Prima Comunione e per la bara. Piansi a lungo: chissà se per reale comprensione del dramma che si stava vivendo o per precoce suggestione per i versi del Pascoli.

Anche se le mio giocose compagne di banco non amano ammetterlo, apparteniamo ad una generazione di collegamento tra abitudini quasi da Medio Evo e l’epoca in cui pare normale prenotarsi per un fine settimana sulla luna.

Le mie mansioni di casa, da ragazzo, poco differivano da quelle dei secoli bui. Curavo indifferentemente, ma con due diverse palette, la raccolta degli escrementi dei cavalli per la concimatura dell’oro e la sabbia finissima delle frenate del tram per la pulizia del fondo annerito delle pentole in rame ed alluminio. Erano a me affidate anche la tostatura dell’orzo e la produzione del ranno vergine per il bucato, ottenuto filtrando con acqua fredda la cenere vagliata di risulta dai fornelli…

Il proprietario di tutta la finta pelle applicata nella stanza, mi fa cenno che è terminato il tempo a mia disposizione. Si solleva dal letargo con cui ha seguito tutto il mio narrare, mi licenzia con poche parole e dopo il versamento da parte mio di troppi soldi.

Quando ne avrò altrettanti da buttare, potrete rileggermi, o fortunati!

Next Post

Previous Post

Leave a Reply

© 2024 Qarta Polis

Disegnato da Giovanni Lenzi